Analisi delle criticità e delle cause di incendio negli impianti fotovoltaici
Un impianto fotovoltaico ben progettato e installato non è di per sé una fonte di incendio: il rischio compare quando un componente è difettoso o quando posa e manutenzione non sono a regola d'arte. Quando però l'innesco arriva, la corrente continua dei pannelli rende l'evento più insidioso del normale guasto elettrico, sia nello sviluppo sia nello spegnimento. Questo articolo analizza, con taglio tecnico-forense, le criticità e le cause di incendio tipiche del fotovoltaico, ciò che cambia con la circolare dei Vigili del Fuoco del 1° settembre 2025 e come ci si tutela quando un sinistro è già avvenuto. È pensato per il proprietario che vuole capire se il proprio impianto è sicuro, per l'amministratore e l'impresa che gestiscono il rischio, e per l'avvocato che ha bisogno di una lettura tecnica solida da spendere nel contraddittorio.
Indice
- Quanto è diffuso il rischio di incendio
- Dove si concentra il rischio: tetti, capannoni, pensiline
- Perché il fotovoltaico brucia in modo diverso: la corrente continua
- L'arco elettrico in continua: la causa numero uno
- Connettori e cablaggi: l'errore più sottovalutato
- Hot-spot, ombreggiamento e diodi di by-pass
- Quadri di stringa e infiltrazioni d'acqua
- Inverter e locali tecnici
- Sistemi di accumulo: il rischio delle batterie
- Fattori esterni e di posa
- Il nodo dei soccorritori: l'impianto resta in tensione
- Cosa cambia con la circolare VVF del 1° settembre 2025
- Impianto causa o impianto coinvolto: il metodo dell'esclusione
- Chi risponde di un incendio del fotovoltaico
- Prevenzione: progetto, posa, manutenzione e diagnosi
- Segnali che anticipano il guasto
- Fotovoltaico, condominio e assicurazione
- Le cause più frequenti, in breve
- Dopo l'incendio: accertare le cause e tutelarsi
Quanto è diffuso il rischio di incendio
Il rischio esiste, ma in termini statistici è contenuto. Uno studio condotto da TÜV Rheinland con il Fraunhofer ISE, spesso citato nel settore, ha stimato nell'ordine di circa un impianto su diecimila quelli all'origine di un incendio con danno significativo. È un dato che va letto con due cautele: da un lato dice che la tecnologia, di per sé, non è pericolosa; dall'altro non autorizza a sottovalutare, perché la base installata cresce di anno in anno e con essa il numero assoluto di eventi.

Il punto che interessa al tecnico forense non è tanto la frequenza, quanto la ripetitività delle cause. Gli incendi che coinvolgono il fotovoltaico non nascono quasi mai da un difetto imprevedibile: nella grande maggioranza dei casi sono riconducibili a un numero ristretto di meccanismi noti, quasi tutti legati a difetti dei componenti elettrici o a carenze nella posa. Questo è ciò che rende l'accertamento possibile e, soprattutto, contestabile: dove le cause sono tipiche e documentabili, una responsabilità può essere individuata.
Va anche distinta una domanda preliminare che i Vigili del Fuoco si pongono a ogni intervento: l'impianto è la causa dell'incendio o ne è semplicemente coinvolto? Un tetto con pannelli può prendere fuoco per una canna fumaria, un fulmine o un guasto interno all'edificio; in quei casi il fotovoltaico è vittima, non colpevole. Separare le due ipotesi è il primo lavoro dell'indagine sulle cause, e richiede metodo prima ancora che strumenti.
Dove si concentra il rischio: tetti, capannoni, pensiline
Non tutti gli impianti corrono lo stesso rischio. La distribuzione dei sinistri cambia con la tipologia di installazione, e conoscere questa geografia aiuta sia a prevenire sia a indagare. Sugli impianti residenziali in copertura il pericolo principale è la propagazione al fabbricato: i pannelli sono spesso a contatto o a breve distanza dal manto del tetto, e la presenza di lucernari, sottotegola ventilato o coibentazioni combustibili può trasformare un piccolo arco in un incendio di copertura. Il danno economico unitario è in genere contenuto, ma il rischio per le persone e per l'abitazione è reale.
Gli impianti industriali e commerciali su grandi capannoni presentano un profilo diverso: potenze e tensioni elevate, lunghi percorsi di cavi, numerosi quadri di stringa e coperture spesso realizzate con pannelli sandwich a base di materiali combustibili. Qui un innesco può svilupparsi rapidamente su superfici molto estese e mettere fuori uso l'intera attività: la documentazione antincendio riporta casi in cui l'incendio di un quadro di stringa si è propagato fino alla distruzione del fabbricato. Il danno indiretto — fermo produzione, perdita di magazzino, costi di ripristino — supera spesso di molto il valore dell'impianto.
Un caso a parte sono le pensiline fotovoltaiche a copertura di parcheggi e aree di sosta, esplicitamente richiamate dalla circolare dei Vigili del Fuoco quando interferiscono con attività soggette ai controlli di prevenzione incendi: qui la presenza di veicoli, e in prospettiva di colonnine di ricarica, aggiunge un carico d'incendio rilevante sotto le stringhe. In tutti i casi vale un principio comune: il rischio non è nel pannello in sé, ma nell'interazione tra l'impianto e ciò che lo circonda — materiali, distanze, percorsi e manutenzione.
Perché il fotovoltaico brucia in modo diverso: la corrente continua
La specificità del fotovoltaico sta nella corrente continua. Un pannello illuminato è un generatore di tensione continua (DC) che si comporta come l'elemento di una batteria: produce tensione non appena la luce lo colpisce e si azzera solo oscurando le celle. Più pannelli in serie formano una stringa, più stringhe in parallelo aumentano la corrente, e nei grandi impianti le tensioni in gioco possono avvicinarsi al migliaio di volt.
Questa natura cambia tutto rispetto a un impianto domestico in alternata. La corrente alternata passa cento volte al secondo per lo zero, e questo aiuta un eventuale arco elettrico a spegnersi da solo. La corrente continua non ha passaggi per lo zero: una volta che un arco si innesca, tende a restare acceso. Secondo la documentazione tecnica dei Vigili del Fuoco, un arco in continua ai valori tipici del fotovoltaico può persistere per tempi dell'ordine dei minuti, sviluppare temperature elevatissime ed essere in grado di forare una lamiera zincata come quella su cui spesso poggiano i pannelli, innescando i materiali sottostanti.
Ne discende una conseguenza poco intuitiva: l'innesco può avvenire anche di notte. Un arco generatosi di giorno, mentre l'impianto era in funzione, può aver già intaccato un materiale combustibile che poi si autoalimenta lentamente, portando alla fiamma quando ormai il sole è tramontato. Per chi indaga, questo significa che l'orario dell'incendio non basta a escludere l'origine fotovoltaica.
L'arco elettrico in continua: la causa numero uno
L'arco elettrico è la causa più critica e, secondo gli studi di settore, all'origine della maggior parte dei principi di incendio sul lato in continua. Si manifesta quando si crea una scarica continua tra due conduttori in tensione, e i suoi punti di innesco sono ricorrenti.

Il primo è la connessione lenta. La questione dei cablaggi è spesso sottovalutata, eppure le connessioni allentate sono indicate dai Vigili del Fuoco tra le cause più comuni: una vite non serrata correttamente, un morsetto che si allenta con i cicli termici, un contatto ossidato generano una resistenza anomala, quindi calore, quindi arco. Il secondo punto critico è la scatola di giunzione sul retro del modulo: è uno dei luoghi dove più frequentemente, in fase di sopralluogo, si ricercano le tracce di arco elettrico.
Esiste poi un arco che nasce dentro il pannello: difetti delle saldature tra cella e cella, oppure ossidazioni dovute alla perdita di ermeticità del modulo (i tecnici parlano di snail trails, le caratteristiche «bave di lumaca» visibili in superficie), possono dare origine, sotto irraggiamento, a un arco in serie tra le celle capace di perforare la parte posteriore e innescare il supporto. Infine i cavi: con la perdita di isolamento possono produrre archi lungo le tratte tra moduli, quadri e inverter. Per questo la documentazione antincendio raccomanda di ispezionare con cura tutte le canale e i percorsi dei conduttori, perché un isolante perforato in un punto nascosto può aver bucato la lamiera e innescato persino la guaina bituminosa di copertura.
Connettori e cablaggi: l'errore più sottovalutato
Tra tutte le cause, quella dei connettori è insieme la più comune e la più banale da prevenire. I connettori rapidi del fotovoltaico (i diffusi MC4 e compatibili) sono affidabili quando sono dello stesso tipo, certificati e accoppiati tra parti realmente compatibili. Il problema nasce quando si mescolano marche e modelli diversi: anche se a vista combaciano, un accoppiamento improprio crea una resistenza di contatto anomala che, sotto la corrente di stringa, scalda e nel tempo può portare alla fusione del connettore. È una delle cause più frequenti dei piccoli focolai sui tetti.
A complicare la diagnosi c'è un dato insidioso emerso dalle ispezioni: una quota molto rilevante dei connettori e dei fusibili poi rivelatisi ad alto rischio non presentava alcuna anomalia termica rilevabile al momento del controllo. In altre parole, una singola termografia «pulita» non basta a dichiarare sicuro un impianto: il difetto può manifestarsi solo a determinate condizioni di carico, di temperatura o dopo un ulteriore degrado. La buona pratica unisce perciò il controllo termografico ad altri esami e alla verifica documentale dei componenti effettivamente montati.
Accanto alla compatibilità, pesano la qualità della crimpatura e il serraggio. Una crimpatura eseguita con pinza non idonea, un cavo di sezione errata, un connettore montato in fretta su un terminale ossidato sono tutti difetti di posa che, sul piano della responsabilità, ricadono sull'installatore. Documentarli — con fotografie, misure e confronto con le istruzioni del costruttore — è spesso ciò che trasforma un sospetto in un elemento difendibile.
Hot-spot, ombreggiamento e diodi di by-pass
Il secondo grande meccanismo è il surriscaldamento localizzato del modulo, il cosiddetto hot-spot. Nasce dal fatto che le celle di un pannello non sono mai perfettamente identiche e che una parte del campo può trovarsi in ombra o più sporca. Poiché le celle sono in serie, l'ombreggiamento di una sola cella riduce la corrente di tutte le altre, e la cella in ombra smette di produrre e inizia a consumare energia, dissipando come calore la potenza generata dalle celle vicine: è il punto caldo che può danneggiare il modulo in modo irreversibile e, in presenza di concause, contribuire all'innesco.
Per limitare il fenomeno, i costruttori inseriscono nella scatola di collegamento i diodi di by-pass, che cortocircuitano i gruppi di celle in ombra. Qui si annida una classica criticità tecnica: diodi mancanti, sottodimensionati, mal posizionati o di materiale non idoneo non svolgono la loro funzione protettiva e lasciano via libera all'hot-spot. Anche l'incuria gioca un ruolo: foglie, polvere, deiezioni e sporco creano ombreggiamenti permanenti che producono gli stessi effetti.
Un dettaglio utile a chi ricostruisce la dinamica: l'esperienza dei Vigili del Fuoco indica che il fronte di fiamma, quando l'incendio parte dai pannelli, tende a propagarsi in modo ellittico con effetto domino, dal modulo incendiato a quelli confinanti. La geometria del danno, letta sul campo, è quindi essa stessa un indizio sull'origine.
Quadri di stringa e infiltrazioni d'acqua
I quadri di stringa (string box) raccolgono i cavi delle stringhe e li collegano in parallelo. Sono un punto debole tipico per due ragioni che spesso convivono: infiltrazioni d'acqua e installazione scorretta. La documentazione antincendio descrive casi in cui i quadri erano stati posizionati esattamente alla fine della falda — cioè dove l'acqua piovana si raccoglie — e avevano un grado di protezione IP insufficiente a resistere ai forti getti. L'acqua all'interno innesca cortocircuiti, e da lì l'incendio.

C'è poi una caratteristica che rende il quadro di stringa particolarmente pericoloso: una volta che al suo interno si è innescato un cortocircuito, le correnti continuano a essere alimentate dai pannelli finché questi sono illuminati. Si crea così una circolazione continua che riaccende l'incendio anche dopo un primo spegnimento. L'unico modo per interromperla è impedire l'ingresso della corrente, sezionando i cavi in entrata e in uscita.
A questi si aggiungono gli errori «meccanici» di montaggio: componenti compressi in modo anomalo dentro l'involucro, quadri collocati sopra materiali combustibili come pannelli in poliuretano, scarsa ventilazione di contenitori metallici esposti al sole che raggiungono temperature critiche. Sono tutte circostanze che un sopralluogo accurato deve verificare anche sui quadri non coinvolti dalle fiamme, perché raccontano lo stato dell'impianto e aiutano a risalire all'origine.
Inverter e locali tecnici
L'inverter converte la corrente continua dei pannelli in alternata per la rete. Come ogni apparecchiatura elettronica di potenza, può surriscaldarsi: se il sistema di raffreddamento non è correttamente dimensionato o se la ventilazione è ostruita, diventa una possibile fonte di innesco. Poiché spesso l'inverter è ospitato in un locale dedicato, un suo principio di incendio può propagarsi alle altre apparecchiature presenti nello stesso ambiente.

Anche qui vale la regola del sezionamento: dopo lo spegnimento è necessario isolare i cavi che dal generatore arrivano all'inverter, altrimenti il funzionamento dei pannelli continua ad alimentare l'eventuale cortocircuito interno. La manutenzione gioca un ruolo decisivo: filtri puliti, ventole efficienti, assenza di polvere e collocazione corretta riducono drasticamente questa classe di guasti. La loro assenza, al contrario, è un elemento che la perizia annota con attenzione, perché rimanda alla gestione dell'impianto nel tempo.
Sistemi di accumulo: il rischio delle batterie
Sempre più impianti fotovoltaici sono accompagnati da un sistema di accumulo (le batterie che immagazzinano l'energia per usarla quando il sole non c'è). È un'aggiunta che porta benefici energetici evidenti, ma introduce una classe di rischio ulteriore e specifica, tanto che la circolare dei Vigili del Fuoco del 2025 richiede, in loro presenza, una valutazione dedicata del rischio di incendio ed esplosione.
Le batterie più diffuse, a base di litio, possono andare incontro in determinate condizioni a un fenomeno chiamato fuga termica (thermal runaway): un guasto interno, un difetto di fabbricazione, un danno meccanico o una gestione termica inadeguata innescano una reazione che si autoalimenta, con rapido aumento di temperatura, emissione di gas infiammabili e possibile incendio difficile da estinguere. A differenza di un quadro elettrico, una batteria in fuga termica può riaccendersi a distanza di tempo e non si spegne semplicemente togliendo l'alimentazione.
Per il tecnico forense, la presenza di un accumulo cambia l'indagine: occorre stabilire se l'incendio sia nato nelle batterie, nell'elettronica di gestione (BMS), nei collegamenti tra accumulo e inverter o altrove, e verificare la collocazione del sistema, la sua ventilazione e il rispetto delle distanze. Per il proprietario, significa che la scelta di prodotti certificati e l'installazione conforme alle istruzioni del costruttore non sono un optional, ma il cuore della sicurezza dell'intero sistema.
Fattori esterni e di posa
Non tutto dipende dai componenti: una parte significativa del rischio nasce da come e dove l'impianto è stato montato e da agenti esterni. I cavi solari vivono al sole e devono essere resistenti ai raggi UV e alle alte temperature, di sezione adeguata e correttamente fissati. Il loro isolamento, però, si degrada se i percorsi sono sbagliati: fattori di riempimento delle canaline non rispettati (canale troppo piene), tratti ad angolo retto contro spigoli di lamiera che nei mesi estivi tagliano la guaina, conduttori posati in modo da incidersi sotto il proprio peso. A questo si aggiunge l'azione dei roditori, che rosicchiano le guaine e mettono a nudo i conduttori.
Sul tetto contano poi le distanze: la vicinanza dei pannelli a lucernari e traslucidi può favorire la propagazione dell'incendio all'interno del fabbricato, e la presenza di manti di copertura combustibili (come certe guaine bituminose) abbassa la soglia oltre la quale un arco diventa incendio. C'è infine la fulminazione: una scarica atmosferica diretta o indotta può danneggiare moduli, cavi e inverter e, in assenza di adeguate protezioni contro le sovratensioni, agire da innesco. La valutazione del rischio fulmine e il coordinamento delle protezioni sono perciò parte integrante della sicurezza dell'impianto.
Il nodo dei soccorritori: l'impianto resta in tensione
C'è un aspetto che distingue nettamente l'incendio del fotovoltaico da quello di un impianto tradizionale: la sicurezza di chi interviene. Finché i moduli sono illuminati, il generatore resta in tensione; il lato in continua non si può «staccare» aprendo un interruttore come si fa con l'alternata. Per i Vigili del Fuoco questo significa operare con la consapevolezza che cavi e quadri possono essere ancora attivi, con tensioni potenzialmente elevate, anche a fiamme apparentemente domate.

La conseguenza operativa è la necessità di sezionare i conduttori in ingresso e in uscita dai componenti coinvolti, per impedire che i pannelli continuino ad alimentare il cortocircuito e a riaccendere il fuoco. È anche la ragione per cui gli impianti dovrebbero prevedere dispositivi di sezionamento e arresto accessibili e segnalati: non sono un dettaglio burocratico, ma lo strumento che consente un intervento di spegnimento in condizioni protette. La presenza, la posizione e l'efficienza di questi dispositivi sono tra i primi elementi che un accertamento tecnico verifica, sia per la ricostruzione della dinamica sia per valutare eventuali responsabilità legate alla sicurezza.
Cosa cambia con la circolare VVF del 1° settembre 2025
Il quadro di riferimento si è aggiornato. La circolare dei Vigili del Fuoco del 1° settembre 2025 rivede in modo sostanziale le indicazioni nazionali sulla prevenzione incendi applicata al fotovoltaico, con l'obiettivo di ridurre i rischi legati alle parti in corrente continua e garantire un livello di sicurezza omogeneo sul territorio. Il documento si applica obbligatoriamente alle attività soggette ai controlli di prevenzione incendi — comprese le pensiline indipendenti a copertura degli stalli auto interferenti con tali attività — e vale come linea guida generale di riferimento per tutti gli impianti. Si tratta di un testo tecnico in evoluzione: prima di citarlo in un atto conviene sempre verificarne la versione vigente.
Le principali novità toccano proprio i punti critici descritti sopra:
- Installazione dei moduli e distanze: distanze minime dai manti combustibili, da aperture, gronde, camini e compartimentazioni antincendio verticali, con distinzioni tra impianti in appoggio sulle coperture, in facciata o integrati.
- Posa dei cavi: percorsi protetti da raggi UV, abrasioni e urti meccanici, evitando per quanto possibile il contatto con materiali combustibili.
- Connettori: devono essere certificati e pienamente compatibili tra loro, proprio per prevenire i fenomeni di arco elettrico legati ad accoppiamenti impropri.
- Sezionamento e soccorso: sistemi di sezionamento e di arresto che permettano ai soccorritori di intervenire in sicurezza sulle parti in continua.
- Obblighi documentali e manutenzione: valutazione dell'eventuale aggravio del rischio incendio e, nei casi previsti, registro di manutenzione; la circolare sottolinea come la mancanza di controlli periodici aumenti la probabilità di guasti pericolosi.
- Sistemi di accumulo: in presenza di accumulo statico dell'energia è richiesta una specifica valutazione del rischio di incendio ed esplosione.
Per il proprietario e per l'amministratore, questo quadro normativo ha un risvolto pratico importante: la documentazione dell'impianto (progetto, dichiarazioni di conformità, schede dei componenti, registro di manutenzione) diventa decisiva non solo per la sicurezza ma anche, dopo un eventuale sinistro, per stabilire chi ha fatto cosa e con quali prodotti. La sua assenza, o le sue incongruenze, sono spesso il primo terreno su cui si gioca un contenzioso.
Impianto causa o impianto coinvolto: il metodo dell'esclusione
È la domanda da cui parte ogni indagine seria: il fotovoltaico ha causato l'incendio o ne è stato semplicemente coinvolto? La risposta non si ottiene per intuizione, ma per esclusione progressiva delle ipotesi alternative. Un tetto con pannelli può incendiarsi per una canna fumaria surriscaldata, per un guasto elettrico interno all'edificio, per un fulmine o per un atto doloso: prima di attribuire l'origine all'impianto occorre poter escludere, una a una, queste circostanze.
Il metodo seguito dagli investigatori — e che un consulente di parte deve conoscere per dialogare alla pari — consiste nel ripercorrere l'impianto in modo sistematico, dal generatore (i pannelli) andando a ritroso fino al punto di consegna dell'energia. Si cercano le tracce di arco nelle scatole di giunzione, lo stato dei connettori, i segni del fuoco sui supporti, le condizioni dei cavi e dei quadri, anche sui componenti non bruciati, perché raccontano lo stato generale dell'impianto. Si leggono la geometria del danno (il fronte ellittico a effetto domino tra moduli confinanti è tipico di un'origine interna al campo) e la coerenza tra il punto di maggiore distruzione e i percorsi elettrici.
Questo lavoro è tanto più efficace quanto più è tempestivo. Ogni rimozione, ogni messa in sicurezza, ogni intervento di sgombero altera lo scenario e cancella indizi. È la ragione per cui, dopo un sinistro rilevante, conviene attivare presto un tecnico di parte: non per «forzare» una conclusione, ma per fissare gli elementi finché esistono, a beneficio di chiunque dovrà poi valutare le cause.
Chi risponde di un incendio del fotovoltaico
Una volta accertata l'origine, la domanda diventa giuridica: chi risponde? La risposta dipende dalla causa, ed è proprio questo a rendere indispensabile l'accertamento tecnico, perché ogni causa indirizza verso un soggetto diverso.
- Installatore: risponde dei vizi dell'opera quando l'incendio è riconducibile a una posa non a regola d'arte — connettori incompatibili, crimpature scorrette, cavi sottodimensionati o mal protetti, quadri collocati male, distanze non rispettate.
- Costruttore dei moduli o dei componenti: risponde dei difetti di prodotto, ad esempio un modulo con difettosità interne, diodi inadeguati o scatole di giunzione difettose, secondo la disciplina della garanzia e della responsabilità del produttore.
- Manutentore: risponde quando il danno deriva dalla mancata o cattiva manutenzione di un'anomalia che controlli periodici avrebbero dovuto intercettare.
- Progettista: può essere coinvolto se l'innesco è riconducibile a scelte progettuali errate, ad esempio in tema di protezioni, sezionamento o coordinamento con il rischio fulmine.
- Proprietario o gestore: ha un onere di custodia e di manutenzione dell'impianto e della documentazione; la sua diligenza, o la sua assenza, pesa sia verso terzi sia nel rapporto con l'assicurazione.
Spesso questi profili convivono e le parti si rimpallano la responsabilità. La perizia tecnica di parte serve esattamente a questo: tradurre la dinamica fisica dell'evento in elementi attribuibili, distinguendo il difetto di prodotto dal vizio dell'opera e collegando ciascuna criticità al soggetto che ne risponde. È un terreno su cui l'avvocato e il tecnico lavorano insieme: il primo costruisce la strategia, il secondo le fornisce la base documentale verificabile.
Prevenzione: progetto, posa, manutenzione e diagnosi
La sicurezza di un impianto fotovoltaico poggia su tre pilastri: qualità del progetto, qualità dell'installazione, qualità della manutenzione. Un impianto con componenti certificati, posato a regola d'arte rispettando i distanziamenti previsti da norme e costruttori, con cablaggi corretti e distanze adeguate dai materiali combustibili, riduce drasticamente il rischio. È la traduzione operativa della regola d'arte: ciò che manca a quel livello diventa, in caso di sinistro, un possibile profilo di responsabilità dell'installatore o del progettista.

Sul fronte della diagnosi, gli strumenti ci sono. La termografia a infrarossi rende visibili i punti caldi di connessioni, morsetti e moduli mentre l'impianto è in funzione e sotto carico; le prove elettriche (curve corrente-tensione, misure di isolamento) misurano le prestazioni delle stringhe e rivelano anomalie non visibili a occhio. Esistono inoltre dispositivi attivi di protezione contro l'arco in continua — i cosiddetti rilevatori d'arco (AFDD) — e gli SPD contro le sovratensioni, che aggiungono una barriera tecnica al rischio. Nessuno di questi strumenti, da solo, è risolutivo: come si è visto per i connettori, una termografia «pulita» non certifica l'assenza di difetti. La forza sta nel metodo, cioè nel combinare misure, ispezione visiva e verifica documentale con una periodicità definita.
Per chi gestisce l'immobile, infine, la manutenzione non è un costo ma una tutela: un registro aggiornato di controlli su stringhe, inverter, connettori e curve termiche è al tempo stesso lo strumento che intercetta l'anomalia prima del guasto e la prova, in caso di contestazione, di aver gestito l'impianto con diligenza.
Segnali che anticipano il guasto: cosa notare
Molti incendi del fotovoltaico sono preceduti da segnali deboli che, se colti in tempo, evitano il danno. Il primo è un calo anomalo di produzione: quando l'impianto rende stabilmente meno del previsto, a parità di stagione e di irraggiamento, qualcosa non va. Un rendimento in discesa non è solo un problema economico, può essere la spia di un modulo che lavora male, di una stringa in sofferenza o di una connessione che inizia a scaldare. Il monitoraggio della produzione, oggi disponibile su quasi tutti gli impianti, è quindi anche uno strumento di sicurezza.
Ci sono poi segnali fisici diretti, da non ignorare mai: odore di plastica bruciata in prossimità di inverter, quadri o scatole di giunzione; scolorimenti, anneriture o deformazioni su connettori, morsetti e involucri; aloni o tracce di fumo; scatti ripetuti di interruttori e protezioni; ronzii o rumori anomali. Sul modulo, le già citate «bave di lumaca» e le macchie scure possono segnalare microfratture e perdita di ermeticità. Nessuno di questi segni, da solo, prova un pericolo imminente, ma la loro comparsa è il momento giusto per una verifica tecnica.
La regola pratica è semplice: davanti a uno di questi indizi, non si interviene da soli e non si rimanda. Si spegne, se possibile in sicurezza, e si chiama un tecnico qualificato per una diagnosi mirata (termografia, prove elettriche, ispezione dei connettori). Intervenire su componenti in tensione senza competenze è pericoloso proprio per la natura in continua dell'impianto; affidarsi a chi sa dove guardare trasforma un sospetto in una diagnosi e, spesso, evita il sinistro.
Fotovoltaico, condominio e assicurazione: chi paga cosa
Quando l'impianto si trova su un edificio condominiale, alla questione tecnica si somma quella dei rapporti tra le parti. Il primo nodo è capire se l'impianto sia comune (al servizio delle parti comuni o realizzato dal condominio) oppure privato del singolo condomino installato sulla propria porzione di tetto: da questa distinzione discendono la titolarità della manutenzione, la responsabilità per i danni e i soggetti coinvolti in un eventuale contenzioso.
Sul fronte assicurativo, molti fabbricati sono coperti da una polizza globale fabbricati che può includere o escludere l'impianto fotovoltaico e i danni da esso provocati: leggere con attenzione garanzie, massimali ed esclusioni è il primo passo, perché le formulazioni variano da contratto a contratto. In caso di sinistro la compagnia può anche esercitare la rivalsa verso il responsabile del danno — ad esempio l'installatore — e qui torna centrale l'accertamento delle cause. Si tratta di valutazioni che dipendono dal caso concreto e dal testo della polizza: per questo, accanto al tecnico, è spesso opportuno il supporto di un avvocato.
Per amministratori e proprietari il messaggio operativo è duplice: tenere in ordine la documentazione dell'impianto e la prova della manutenzione, e attivare presto, dopo un evento, una valutazione tecnica indipendente. È il modo migliore per non subire passivamente la ricostruzione della controparte e per indirizzare correttamente la richiesta di risarcimento.
Le cause più frequenti, in breve
Riassumendo l'analisi, gli incendi che coinvolgono gli impianti fotovoltaici si concentrano su un numero ristretto di cause ricorrenti. Conoscerle aiuta a sapere dove guardare, sia in fase di prevenzione sia dopo un sinistro:
- Arco elettrico in corrente continua da connessioni lente, allentate o ossidate: è il meccanismo più frequente e, non autoestinguendosi, il più pericoloso.
- Connettori incompatibili o mal crimpati (tipicamente MC4 di marche diverse accoppiati tra loro), che scaldano fino alla fusione.
- Hot-spot dei moduli da ombreggiamenti, sporco, microfratture o diodi di by-pass inadeguati.
- Archi e difetti interni al pannello (saldature, ossidazioni, perdita di ermeticità, snail trails).
- Cavi degradati per raggi UV, sezione errata, posa scorretta o roditori, con perdita di isolamento.
- Quadri di stringa con infiltrazioni d'acqua, basso grado IP, surriscaldamento o errori di montaggio.
- Inverter mal ventilati o con raffreddamento sottodimensionato.
- Sistemi di accumulo a litio soggetti a fuga termica.
- Fattori esterni: fulminazione, distanze insufficienti dai materiali combustibili, errori di posa.
Il filo comune è chiaro: quasi mai la colpa è della tecnologia in sé, quasi sempre di un difetto di componente o di una carenza di posa o manutenzione. È questa la ragione per cui, dietro ogni incendio del fotovoltaico, esiste in genere una responsabilità tecnica accertabile — a condizione di indagare con metodo e in tempo utile.
Dopo l'incendio: accertare le cause e tutelarsi
Quando il sinistro è già avvenuto, la priorità cambia: bisogna accertare origine e dinamica prima che le tracce vadano perse. Lo smassamento, le rimozioni e gli stessi interventi di messa in sicurezza modificano lo stato dei luoghi; ogni giorno che passa rende più difficile distinguere se l'innesco sia partito dall'impianto o se questo sia stato solo coinvolto. La ricerca delle cause d'incendio (fire investigation) applicata al fotovoltaico significa ripercorrere l'impianto dal generatore fino al punto di consegna, cercando le tracce di arco nelle scatole di giunzione, lo stato dei connettori, le condizioni dei quadri e dei cavi, anche sui componenti rimasti intatti.
Su questo terreno il proprietario e l'assicurato non sono spettatori. La compagnia incarica un proprio perito, ma l'assicurato può e dovrebbe affiancare un consulente tecnico di parte che verifichi la ricostruzione, documenti gli elementi a proprio favore e, se necessario, produca una controperizia. È un punto delicato anche per gli studi legali: in presenza di valutazioni divergenti molte polizze incendio prevedono una procedura di perizia contrattuale tra i periti delle due parti, e la qualità tecnica della posizione di parte pesa sull'esito. Quando il danno coinvolge più soggetti — installatore, costruttore dei moduli, manutentore — l'accertamento delle cause è anche ciò che permette di indirizzare la richiesta verso il responsabile giusto, distinguendo il difetto di prodotto dal vizio dell'opera secondo i principi sulla cattiva esecuzione dei lavori.
Per cristallizzare uno stato che cambia — tracce che svaniscono, componenti che vengono rimossi — può essere utile ricorrere a un accertamento tecnico preventivo, condotto in contraddittorio con le altre parti. E la stima del danno non si esaurisce nella ricostruzione: comprende il danno diretto, quello conseguente (la mancata produzione, l'inagibilità) e il rischio residuo. L'incendio del fotovoltaico, in sintesi, è un evento tecnico complesso ma leggibile: con un metodo rigoroso e tempestivo, le sue cause possono essere ricostruite e le responsabilità correttamente attribuite.
Se stai affrontando una situazione di questo tipo — un impianto che ha preso fuoco, un calo di resa sospetto, una contestazione con la compagnia o un semplice dubbio sulla sicurezza del tuo fotovoltaico — un confronto tecnico iniziale serve proprio a capire cosa è accaduto e quali verifiche abbiano senso, prima di qualsiasi decisione. Lo studio STArchetipo affianca privati, studi legali e imprese con accertamenti e perizie di parte sulle cause d'incendio del fotovoltaico: non promettiamo esiti, costruiamo basi tecniche verificabili su cui decidere. Se vuoi un primo orientamento sul tuo caso, puoi descrivere il problema tecnico e valuteremo insieme i passi utili.
Tutte le domande frequenti del sitoSfogliale raggruppate per tema e per argomentoApri l’indice FAQ →Domande frequenti su incendio negli impianti fotovoltaici
Un impianto fotovoltaico può davvero causare un incendio?
Sì, ma è un evento raro. Studi internazionali (TÜV Rheinland con Fraunhofer ISE) stimano nell'ordine di circa un impianto su diecimila quelli all'origine di un incendio con danno significativo. Nella quasi totalità dei casi la causa non è la tecnologia in sé, ma un difetto di componente o un errore di installazione e manutenzione.
Qual è la causa più frequente di incendio nel fotovoltaico?
L'arco elettrico in corrente continua. Secondo studi di settore è all'origine della maggior parte dei principi di incendio sul lato in continua degli impianti. Nasce tipicamente da connessioni lente, connettori incompatibili o mal serrati e cavi con isolamento degradato. A differenza dell'arco in alternata, l'arco in continua non si autoestingue e può restare acceso per minuti.
Perché un incendio del fotovoltaico è più pericoloso per i pompieri?
Perché il generatore fotovoltaico resta in tensione finché i moduli sono illuminati: il lato in corrente continua non si disalimenta come l'alternata staccando l'interruttore. Per spegnere in sicurezza un incendio che coinvolge le stringhe e i quadri occorre sezionare i cavi in ingresso e in uscita, altrimenti il cortocircuito continua a essere alimentato dai pannelli stessi.
Cosa prevede la circolare dei Vigili del Fuoco del 1° settembre 2025?
Aggiorna le indicazioni nazionali sulla prevenzione incendi per il fotovoltaico: distanze minime dai manti combustibili, da aperture, gronde, camini e compartimentazioni; posa dei cavi protetta da UV, abrasioni e urti; connettori certificati e compatibili tra loro; sistemi di sezionamento e arresto per consentire ai soccorritori di operare in sicurezza; obblighi documentali e registro di manutenzione; valutazione specifica del rischio in presenza di sistemi di accumulo. Verificare sempre il testo vigente prima di citarlo in atti.
Dopo un incendio legato al fotovoltaico, come mi tutelo con l'assicurazione?
Facendo accertare origine e dinamica da un tecnico di parte prima che le tracce vadano perse durante lo smassamento e le rimozioni. La ricostruzione delle cause è ciò che permette di indirizzare la richiesta verso il soggetto giusto (installatore, costruttore, manutentore) e di sostenere o contestare la perizia della compagnia, eventualmente cristallizzando lo stato dei luoghi con un accertamento tecnico preventivo.